Ossessioni, fissazioni e pensieri ossessivi

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Ossessioni, fissazioni o pensieri intrusivi sono dei pensieri, delle immagini o delle sensazioni che compaiono alla mente in maniera persistente ed indesiderata, generando ansia, disagio o disgusto.

Ti sei mai ritrovato a guardare il panorama dall’alto di una terrazza, assorto nei tuoi pensieri e poi, improvvisamente, fare questo pensiero: “potrei scavalcare il corrimano, buttarmi di sotto e morire!”? Oppure, ti è mai capitato di trovarti sulla banchina, durante l’arrivo del treno e pensare: “potrei spingere quella signora sulle rotaie!”?

Ossessioni, fissazioni e pensieri intrusivi: cosa sono?

Alla maggior parte delle persone è capitato e continua a capitare di fare pensieri assurdi, violenti, immorali, disgustosi. La domanda più importante, però, è: “cosa succede dentro di te quando questi pensieri attraversano la tua mente?” Se la risposta è che ti senti spaventato, angosciato o arrabbiato e cerchi di capire quali significati abbiano tali pensieri, cerchi di rassicurarti sul fatto che non li metterai in atto o fai di tutto per scacciarli dalla tua mente, allora, ti trovi di fronte a dei pensieri intrusivi.

Le fissazioni o pensieri ossessivi e intrusivi sono pensieri che capitano a chiunque e che si appiccicano nella mente quanto più ci si fa spaventare da essi e quanto più si cerca di cacciarli.

Il contenuto di tali pensieri ha perlopiù a che vedere con tematiche legate a norme morali, a possibili catastrofi ed al disgusto. Si colloca all’antitesi rispetto ai propri valori e desideri.

La grande paura, angoscia o disgusto che provocano porta chi li sperimenta a ricercare la certezza assoluta che tali pensieri siano falsi o non si realizzino. Sfortunatamente, tale certezza è irraggiungibile e questa ricerca di rassicurazione non fa altro che rendere tali pensieri intrusivi sempre più appiccicosi e presenti.

Quanti tipi di fissazioni o ossessioni ci sono?

Non ci sono limiti al contenuto dei pensieri ossessivi. Tuttavia, le ossessioni più comuni sono connesse a tematiche morali, al timore di colpa e di danno per irresponsabilità ed al disgusto. Di seguito un elenco di alcune categorie di ossessioni.

Ossessioni moralmente ripugnanti

  • Pensieri di poter arrecare danno a sé e agli altri;
  • pensieri sessuali vietati;
  • pensieri religiosi impuri o blasfemi;
  • intrusioni causanti disgusto.

Fissazioni legate a grandi questioni

  • Pensieri su incertezza ed inconoscibilità;
  • messa in discussione della realtà;
  • senso della vita;
  • mettere in discussione le proprie convinzioni.

Ossessioni nonsenso

  • Pensieri connessi al perdere la testa;
  • controlli mentali;
  • dubbi sulle relazioni.

Ossessioni sull’orientamento e l’identità sessuale

  • E se fossi gay?
  • e se fossi etero?
  • e se fossi transgender?

Immagini visive intrusive

  • Azioni folli o umilianti;
  • scene di morte e di malattia;
  • memorie traumatiche.

Intrusioni somatosensoriali

  • Fissazioni relative alla percezione di aspetti sensoriali nel proprio corpo.

Ossessioni e fissazioni: che significato hanno?

I pensieri intrusivi non indicano il nostro carattere, la nostra vera natura, i nostri desideri inconsci. Sono solamente le scelte che compiamo nella vita a definire che tipo di persone siamo. Tutti quanti hanno pensieri non voluti, perché il controllo sui nostri pensieri è limitato. Possiamo decidere di concentrare la nostra attenzione su alcuni pensieri volontariamente ma non abbiamo nessun controllo nell’evitare a priori la comparsa di pensieri non richiesti. Il persistere angosciante di questi pensieri non è dato dalla loro importanza, dal loro significato ma è strettamente legato alla nostra reazione che li trasforma in pensieri appiccicosi, aumentandone la loro presenza.

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Pensieri ossessivi e intrusivi: come si formano?

Quando il nostro cervello reagisce inavvertitamente ai pensieri, come se fossero pericolosi, si accinge a preparare il campo all’arrivo dei pensieri intrusivi. Se un pensiero è seguito da un’esperienza ansiosa, si forma un collegamento fra pensiero e paura. Quando ciò accade ripetutamente il cervello viene condizionato a reagire con ansia, in maniera automatica a quel pensiero. Ciò predispone le condizioni per l’emergere dei pensieri intrusivi.

La buona notizia è che il cervello può imparare nuovi collegamenti e nuove reazioni possono sostituire le vecchie.

Ossessioni e fissazioni: che caratteristiche hanno?

Mente appiccicosa

Lo stress, la preoccupazione ed il monitoraggio dei pensieri intrusivi ne aumenta la loro appiccicosità.

Sforzo paradossale

Più ci sforziamo di non pensare a qualcosa e più persistenti diventano quei pensieri. Non ci credi?

Fai questo esperimento:

pensa ad un barattolo di miele, pensa al suo sapore fruttato, alla sua consistenza viscosa ed al colore ambrato.

Ora prendi un cronometro e fai partire un conto alla rovescia di 2 minuti, nel mentre sei libero di pensare a tutto ciò che vuoi, anche al barattolo di miele. Conta sulle dita quante volte hai pensato al barattolo di miele.

Ora imposta nuovamente il cronometro su 2 minuti e fai lo stesso esercizio avendo cura, questa volta, di pensare a tutto ciò che vuoi tranne, nella maniera più assoluta, al barattolo di miele, al suo sapore, al suo colore ed alla sua consistenza. Conta, anche in questo caso, quante volte hai pensato al barattolo di miele.

Adesso mi credi?

Intreccio

Quanto più affrontiamo i pensieri, tanto più ci rimaniamo intrecciati. I tentativi di controllo, le rassicurazioni mentali e le richieste di rassicurazione rivolte ad amici e famigliari non fanno altro che stringere le corde che ci legano a tali fissazioni.

Ossessioni, fissazioni e Disturbo Ossessivo Compulsivo – DOC

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) fissazioni e pensieri ossessivi vengono diagnosticati entro un quadro di disturbo ossessivo compulsivo quando vengono soddisfatti i seguenti criteri:

A) Presenza di ossessioni, compulsioni o di entrambe.

Le ossessioni sono definite come pensieri, impulsi o immagini vissute come intrusive ed indesiderate e causa di forte ansia e disagio.

Le compulsioni sono, invece, dei comportamenti ripetitivi o delle azioni mentali che la persona si sente obbligata ad agire in risposta ad un’ossessione. La loro funzione è quella di prevenire o ridurre l’ansia o il disagio, o alcuni eventi temuti. Queste azioni, tuttavia, non hanno nessun collegamento realistico con gli eventi che si propongono di prevenire o di neutralizzare, o comunque risultano essere chiaramente eccessive.

B) Ossessioni e compulsioni determinano grandi consumi di energia e di tempo (più di un’ora al giorno) e causano disagio clinicamente significativo o compromissione del normale funzionamento della persona nei vari ambiti della vita.

C) La sintomatologia ossessivo-compulsiva non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o di un’altra condizione medica.

D) Il disturbo non è meglio giustificato dai sintomi di un altro disturbo mentale.

Come superare le fissazioni e le ossessioni?

Nel caso in cui le tue fissazioni generino angosce, paure o disagio molto intensi o inizino a compromettere le tue regolari attività quotidiane, rivolgiti ad uno psicologo specializzato in disturbo ossessivo-compulsivo per una prima valutazione.

Le linee guida internazionali individuano nella psicoterapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per le persone affette da dal DOC.

Per maggiori informazioni o per una richiesta di appuntamento clicca qui.

Il Dottor Fabio Theodule, psicologo Torino, fa parte dell’équipe specialistica sul disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e disturbi correlati (Area DOC) e riceve su appuntamento presso il Centro di psicoterapia a Torino, Centro Clinico Crocetta.

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Bibliografia

Note legali: le informazioni contenute nel presente sito sono di natura scientifica e hanno scopo puramente divulgativo. Qualsiasi intervento clinico deve avvenire, in base alla legge italiana, sotto la completa responsabilità del professionista abilitato.

Eiaculazione precoce: cause e trattamento

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L’eiaculazione precoce rappresenta una disfunzione sessuale maschile caratterizzata dal ricorrente o persistente verificarsi del riflesso eiaculatorio prima o subito dopo la penetrazione, o comunque prima che la persona lo desideri.

Caratteristiche del disturbo

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM-V (American Psychiatric Association, 2014) l’eiaculazione precoce può essere diagnosticata in presenza di 4 criteri diagnostici:

  • il verificarsi in maniera costante dell’eiaculazione, durante i rapporti sessuali, entro circa un minuto dalla penetrazione vaginale e prima della volontà dell’individuo;
  • la presenza di tale sintomatologia per almeno 6 mesi e nella maggior parte degli incontri sessuali;
  • la presenza di disagio clinicamente significativo come conseguenza della precocità;
  • la disfunzione sessuale non deve essere causata da altre condizioni non sessuali, quali un disturbo mentale, un grave disagio relazionale o altri fattori di stress e non è attribuibile agli effetti di un farmaco, di una sostanza o di un’altra condizione medica.

Da un punto di vista clinico è necessario differenziare l’eiaculazione precoce primaria (presente sin dall’esordio della vita sessuale) da quella secondaria o acquisita (successiva ad un periodo di soddisfazione sessuale), generalizzata (presente in qualsiasi condizione) o situazionale (presente solamente con determinati partner, contesti e stimolazioni), lieve (il riflesso eiaculatorio avviene fra i 30 e i 60 secondi), moderata (fra i 15 e i 30 secondi) o grave (entro i 15 secondi o prima della penetrazione).

Criteri di valutazione

I sono cambiati nel corso del tempo e si sono basati esclusivamente su attività sessuali intravaginali, escludendo in tal modo la sessualità fra persone omosessuali ed altre pratiche sessuali. Tale condizione, inoltre, non viene riconosciuta unanimemente come un disturbo sessuale.

Al di là degli aspetti nosologici, relativi cioè alla classificazione dei disturbi, da un punto di vista clinico ciò che risulta essere maggiormente rilevante per un’indicazione terapeutica è la percezione di tale condizione come problematica e fonte di insoddisfazione all’interno della coppia.

Diffusione dell’eiaculazione precoce

Le stime di incidenza e prevalenza del disturbo sessuale variano ampiamente a seconda dei criteri utilizzati per definire l’eiaculazione precoce. Ciò detto, più del 20-30% degli uomini adulti riferisce preoccupazioni relative alla rapidità di eiaculazione e tale preoccupazione può aumentare con l’avanzare dell’età.

Cause dell’eiaculazione precoce

Nel mondo animale un’eiaculazione rapida non è considerata un disturbo e presenta, invece, enormi vantaggi da un punto di vista evoluzionistico, riducendo il periodo di vulnerabilità dell’animale all’attacco di eventuali predatori. Per quanto riguarda gli esseri umani, la componente culturale sembra giocare un ruolo importante rispetto alla collocazione di tale condizione nell’ambito dei disturbi. In alcune culture, infatti, la precocità rappresenta una qualità desiderabile ed è espressione di virilità. I cambiamenti dei valori sessuali, negli ultimi 50 anni, nella società occidentale ed in particolare il ruolo attribuito al piacere sessuale femminile hanno comportato l’opportunità di ri-significare tale fenomeno in termini diversi.

Nella letteratura scientifica non è presente una visione univoca rispetto alle cause di questa disfunzione sessuale. È possibile, tuttavia, suddividere le teorie proposte fra quelle di origine psicologica e quelle di origine medica.

Eiaculazione precoce da un punto di vista medico

I principali fattori organici associati all’eiaculazione precoce sono:

  • l’ipersensibilità del glande o dell’asta;
  • l’ipersensibilità del Riflesso del Bulbo Cavernoso;
  • anomalie morfologiche del pene come la fimosi ed il frenulo corto;
  • disordini serotoninergici;
  • presenza di alcuni polimorfismi genetici;
  • ipertiroidismo;
  • infiammazioni urogenitali;
  • disfunzione erettile;
  • maggiore rappresentazione del nervo pudendo a livello corticale.

Eiaculazione precoce da un punto di vista psicologico

I principali fattori associati all’eiaculazione precoce hanno a che fare con:

  • stati affettivi: stati ansiosi e depressivi, ansia sociale, ansia da prestazione, esperienze sessuali negative, traumi;
  • pattern cognitivi: preoccupazione per la propria inadeguatezza, insoddisfazione per la propria immagine corporea, assuefazione da masturbazione compulsiva;
  • pattern relazionali: problemi di coppia, evitamenti e dinamiche di potere, eventuali disfunzioni sessuali del partner.

Terapia per l’eiaculazione precoce

La Terapia Sessuale Integrata è una delle terapie maggiormente indicate per il trattamento delle disfunzioni sessuali.

La terapia integra aspetti propri della Psicoterapia Cognitiva con le indicazioni comportamentali della Terapia Mansionale Integrata.

Dopo una prima fase di valutazione, volta ad accogliere e comprendere la problematica sessuale, è necessario escludere fattori organici alla base dell’eventuale disturbo e successivamente individuare eventuali problemi relazionali nella coppia. Una volta escluse cause organiche e problematiche non sessuali nella coppia, la Terapia Sessuale Integrata per l’eiaculazione precoce ha a disposizione una serie di strumenti che consentono alla coppia di riconoscere il proprio modo inefficace di darsi piacere e di ricostruirlo da capo.

I principali strumenti utilizzati sono la psicoeducazione, la focalizzazione sensoriale e la tecnica Stop and Go.

Gli obiettivi riguardano l’aumento della consapevolezza e della comunicazione nella coppia rispetto al proprio funzionamento, al piacere, ai fattori di stress, alle fonti di ansia e a molto altro, oltre all’apprendimento, per l’uomo, del riconoscimento e del controllo dei muscoli del pavimento pelvico, del punto di inevitabilità orgasmica, della fase di emissione dello sperma nel bulbo uretrale e dell’eiaculazione.

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Il Dottor Fabio Theodule, sessuologo Torino, riceve su appuntamento presso il Centro di psicoterapia a Torino, Centro Clinico Crocetta

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Bibliografia

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Disturbo ossessivo compulsivo (DOC)

Il Disturbo ossessivo compulsivo o DOC è un disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni, compulsioni o di entrambe.

Le ossessioni sono impulsi, immagini o pensieri ricorrenti e persistenti che vengono vissuti come intrusivi e indesiderati. A differenza delle preoccupazioni vengono generalmente percepite come eccessive, insensate e prive di riscontro con la realtà. Nondimeno, sono in grado di generare forti emozioni di ansia, disgusto e disagio e sono particolarmente resistenti agli innumerevoli sforzi adottati per contrastarle.

Le compulsioni, invece, definite anche rituali, rappresentano azioni mentali o comportamenti ripetitivi, attuati per ridurre il senso di disagio e l’ansia prodotti dalle ossessioni. Assumono la forma di rigide regole di comportamento, talvolta bizzarro, attuato in maniera meccanica e meticolosa.

Quante persone soffrono di disturbo ossessivo compulsivo?

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) il DOC colpisce, senza distinzione di genere, dal 2 al 3% della popolazione. L’esordio è più frequente in giovane età ed in adolescenza nei maschi ed è più ritardato nelle femmine. Solitamente l’insorgenza del disturbo avviene in maniera graduale e subdola, con la comparsa dei primi lievi sintomi ossessivo-compulsivi che si aggravano progressivamente. Se il disturbo non viene curato tende ad evolvere in quadri clinici cronici.

Quali sono le cause del DOC?

Non sono state individuate singole cause alla base del disturbo ossessivo-compulsivo. Le ipotesi prevalenti prendono in considerazione una causalità multifattoriale, affiancando alle cause psicologiche possibili disfunzioni biochimiche e neurotrasmettitoriali, disfunzioni del sistema immunitario ed alterazioni anatomofunzionali.

Quanti tipi di DOC esistono?

Circa l’80% delle persone affette dal disturbo ossessivo compulsivo sperimenta sia le ossessioni che le compulsioni, mentre una minoranza è affetta solamente da ossessioni. Le forme che il DOC può assumere sono molteplici, talvolta presenti in concomitanza. Nella pratica clinica vengono distinte le seguenti forme:

  • disturbi da contaminazione;
  • disturbi da controllo;
  • superstizione eccessiva;
  • ordine e simmetria;
  • disturbi da accumulo;
  • ossessioni pure;
  • compulsioni mentali.
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Come si cura il disturbo ossessivo compulsivo?

Le linee guida internazionali individuano nella psicoterapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per le persone affette dal DOC.

La psicoterapia comportamentale, fondata sull’apprendimento, ha l’obiettivo di modificare emozioni e pensieri disfunzionali attraverso il cambiamento del comportamento. Il protocollo di esposizione con prevenzione della risposta EPR viene utilizzato per modificare, ridurre e sospendere i comportamenti compulsivi, favorendo l’estinzione dell’ansia condizionata dalle ossessioni.

La psicoterapia cognitiva si pone l’obiettivo di ridimensionare le credenze disfunzionali delle persone affette dal DOC, sostenendole nell’aumentare la tolleranza nei confronti di pensieri, immagini o impulsi indesiderati. In particolare, la terapia cognitiva, nella psicoterapia cognitivo comportamentale del DOC, sostiene i pazienti nel modificare le convinzioni errate sull’importanza dei pensieri, sulla possibilità di esercitare un controllo sugli stessi e sul senso di responsabilità connesso.

In combinazione con la psicoterapia cognitiva comportamentale, l’efficacia della terapia farmacologica è stata dimostrata da diversi studi, per numerose persone. Nello specifico, i farmaci che hanno ottenuto maggiori effetti positivi rientrano nella categoria degli antidepressivi triciclici e degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina SSRI.

La psicoterapia cognitivo comportamentale è fondata scientificamente, orientata verso lo scopo, pratica, concreta, attiva e con obiettivi condivisi, lavora sul “qui e ora” ed è a breve termine.

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Bibliografia

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Disturbi d’ansia: cosa sono e come trattarli

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I disturbi d’ansia raggruppano quei disturbi che condividono caratteristiche di paura e ansia eccessive ed i comportamenti correlati. La paura può essere intesa come una risposta emotiva ad un pericolo incombente, reale o percepito. L’ansia, invece, rappresenta l’anticipazione di un pericolo futuro.

Sintomi dell’ansia: quali sono?

La sintomatologia ansiosa varia da una persona all’altra ma può essere riassunta nelle sue componenti cognitive, comportamentali e fisiche.

Cognitivi

  • sensazione di pericolo imminente;
  • apprensione;
  • ipervigilanza;
  • inquietudine;
  • paura di impazzire, di perdere il controllo o di morire;
  • sensazione di trovarsi al centro dell’attenzione;
  • senso di irrealtà e di depersonalizzazione.

Comportamentali

  • scansione dell’ambiente circostante alla ricerca di pericoli;
  • ricerca di vie di fuga;
  • evitamenti delle situazioni temute;
  • comportamenti protettivi.

Neurovegetativi

  • alterazione della respirazione;
  • senso di oppressione toracica;
  • sensazione di “nodo alla gola”;
  • nausea;
  • aumento della sudorazione;
  • vertigini;
  • vampate di calore o brividi;
  • tensione muscolare e tremori;
  • tachicardia.

Cos’è l’ansia: una prospettiva evoluzionistica

Adottando una prospettiva evoluzionistica possiamo considerare l’ansia, così come ogni altro fenomeno del nostro organismo, un elemento importante per la nostra sopravvivenza e per quella della nostra specie. Entro determinati livelli di attivazione l’ansia rappresenta un’emozione normale, sperimentata da tutti ed estremamente utile.

Immaginiamoci rilassati in sella alla nostra bicicletta lungo un viale alberato, in una giornata di sole primaverile. Improvvisamente un pedone ci taglia la strada, lontano dalle strisce di attraversamento. In pochi centesimi di secondo il sistema nervoso autonomo prepara il nostro corpo all’azione. Il battito cardiaco aumenta per pompare una maggiore quantità di sangue ai muscoli ed al cervello, il respiro si fa affannoso per aumentare l’ossigenazione, aumenta la sudorazione per raffreddare il corpo soggetto all’intenso sforzo fisico, le pupille si dilatano per scansionare più efficacemente l’ambiente in cerca di pericoli. In una frazione di secondo l’intero corpo si mobilita nella cosiddetta reazione di attacco o fuga che ci permette, prima ancora di rendercene conto, di aver serrato il manubrio e premuto i freni della bicicletta.

In sostanza, l’ansia è un segnale d’allarme che ci permette di focalizzare l’attenzione sul pericolo e predisporre l’organismo ad una pronta reazione funzionale alla sopravvivenza. L’ansia ci consente prestazioni fisiche e mentali irraggiungibili in condizione di rilassamento.

Inibire le reazioni d’ansia – ad esempio attraverso l’abuso di alcool, sostanze o farmaci – significa compromettere una pronta reazione di fronte a situazioni impreviste ed allarmanti. In questi termini, l’ansia costituisce un’irrinunciabile risorsa efficace nel mantenere uno stato di allerta dai pericoli e nel migliorare le nostre prestazioni fisiche e mentali.

Quando, tuttavia, la reazione d’ansia risulta essere sproporzionata ed ingiustificata rispetto al contesto, è possibile che ci troviamo in presenza di un disturbo d’ansia. Per la sua funzione, infatti, il segnale di allarme deve essere molto intenso e rapido ma non serve che duri nel tempo e normalmente tende ad attenuarsi spontaneamente. Un’iperattivazione cronica di tale segnale può comportare notevoli difficoltà nella vita delle persone, compromettendo significativamente il funzionamento nei diversi ambiti della quotidianità.

Disturbi d’ansia: quali sono?

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) i disturbi d’ansia diagnosticabili con più frequenza nella popolazione sono i seguenti:

Qual è la terapia per i disturbi d’ansia?

Qualora gli stati d’ansia dovessero comportare un livello di disagio tale da compromettere il regolare funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree di vita importanti, risulta necessario rivolgersi ad un professionista.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno individuato nella terapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per i disturbi d’ansia. L’intervento prevede una prima fase di valutazione del disturbo alla quale fa seguito la definizione di obiettivi validi, chiari e concreti, in maniera condivisa con il paziente. Il piano di trattamento specifico volto, fra le altre cose, all’apprendimento della gestione dei sintomi invalidanti, verrà quindi monitorato ed aggiornato costantemente.

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Disfunzione erettile: cause e trattamento

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La disfunzione erettile, in passato definita impropriamente impotenza, costituisce l’incapacità dell’uomo di ottenere o di mantenere un’erezione sufficiente a consentire la penetrazione, anche quando è esposto a uno stimolo sessuale che considera eccitante.

Caratteristiche del disturbo

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) la caratteristica essenziale della disfunzione erettile è la ripetuta incapacità di ottenere o mantenere l’erezione durante i rapporti sessuali.

Tale sintomo deve manifestarsi per un periodo significativo di tempo (almeno 6 mesi) e verificarsi nella maggior parte delle occasioni sessuali. I sintomi possono verificarsi preferibilmente in situazioni specifiche che includono determinati tipi di stimolazione o partner, o possono verificarsi in modo generalizzato in tutti i tipi di situazione.

Perché si possa parlare di disturbo erettile, l’anomalia deve causare disagio clinicamente significativo o difficoltà interpersonali. La disfunzione sessuale non è meglio spiegata da un disturbo mentale non sessuale o come conseguenza di un grave disagio relazionale o di altri significativi fattori stressanti e non è attribuibile agli effetti di una sostanza (o di un farmaco) o di un’altra condizione medica.

Diffusione della disfunzione erettile

I disturbi dell’erezione sono molto frequenti, circa il 10 % degli uomini fa esperienza di problemi di erezione che ostacolano la penetrazione. La prevalenza e l’incidenza del disturbo subiscono poi un forte aumento correlato all’età. Il 40 – 50 % degli uomini sopra i 60 – 70 anni, infatti, dichiara di soffrire di tale disturbo.

Cause della disfunzione erettile

L’eccitazione consiste in una sensazione di piacere accompagnata da caratteristiche fisiologiche. Nell’uomo avviene la vasocongestione del distretto penieno che comporta l’erezione e la secrezione delle ghiandole di Cowper.

Escluse le patologie organiche, l’interruzione del naturale decorso dell’eccitazione è il risultato di interferenze emotive che disturbano il meccanismo della vasodilatazione, processo che dipende prevalentemente dal controllo del sistema parasimpatico.

Gli stati emotivi che si attivano prima, durante e dopo il rapporto sessuale spesso determinano la comparsa ed il mantenimento delle disfunzioni. Ne consegue, pertanto, l’importanza sul piano terapeutico di riconoscere e modulare i complessi coinvolgimenti emotivi responsabili del disagio sessuale.

Terapia per il disturbo erettile

Ricerche recenti circa l’origine delle difficoltà dell’eccitazione maschile confermano la complessità dell’eziopatogenesi e suggeriscono il ricorso ad un approccio terapeutico che integri interventi interdisciplinari che favoriscano l’efficacia degli esiti terapeutici.

Le neuroscienze ci invitano a riflettere e a valorizzare le interferenze emotive che si attivano nei momenti di intimità dei pazienti con difficoltà sessuali.

Il mancato riconoscimento del significato di un’ansia, di una vergogna o di un’altra emozione che sorge durante il rapporto sessuale costituisce il meccanismo basilare del disagio e della disfunzione. A ciò si sommano i processi cognitivi (pensieri, ricordi, immagini) che influenzano l’attività sessuale provocando un circolo vizioso di mantenimento nel tempo del sintomo stesso.

Fra le terapie più indicate per il disturbo erettile vi è la psicoterapia cognitivo comportamentale che consiste nell’affrontare i fattori principali di mantenimento del problema quali l’ansia da prestazione, lo stress ed altri circoli viziosi disfunzionali.

A seconda dei casi vengono attuati interventi di psicoeducazione, volti a correggere le credenze errate legate alla sessualità, la psicoterapia sessuale integrata con prescrizione di esercizi comportamentali specifici o una psicoterapia focalizzata sul disturbo.

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Il Dottor Fabio Theodule, sessuologo Torino, riceve su appuntamento presso il Centro di psicoterapia a Torino, Centro Clinico Crocetta

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La psicoterapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitivo comportamentale rappresenta, fra i numerosi orientamenti della psicoterapia, l’approccio clinico ad aver ottenuto il maggior consenso ed una affermazione in tutto il mondo. I modelli e le tecniche della terapia cognitivo comportamentale, stabilmente connessi alla ricerca scientifica, vengono sottoposti a costante verifica sperimentale – evidence-based medecine – ed hanno subito, nel corso del tempo, una costante evoluzione.

Cos’è la psicoterapia cognitivo comportamentale?

La TCC, o in inglese Cognitive Behavioral Therapy TBC, è un approccio clinico che comprende diversi modelli di funzionamento, teorie psicopatologiche, tecniche e strategie di intervento che condividono proprietà comuni. Alla base della teoria è presente l’assunto di interdipendenza fra le emozioni, i pensieri ed i comportamenti. Viene, inoltre, evidenziato il legame fra le problematiche emotive e le credenze disfunzionali che persistono nel corso del tempo, a causa di meccanismi di mantenimento.

L’obiettivo della terapia consiste nell’individuare e modificare le credenze disfunzionali, gli schemi di pensiero, le abitudini dannose ed i comportamenti automatici causa delle difficoltà.

Come funziona la terapia cognitivo comportamentale?

Obiettivi concreti e condivisi

La TCC pone molta attenzione nella definizione di obiettivi validi, chiari e concreti, in maniera condivisa con il paziente. Dopo una preliminare fase di valutazione, terapeuta e paziente concordano gli obiettivi del loro lavoro congiunto. Un piano di trattamento specifico verrà monitorato ed aggiornato costantemente.

Gli scopi della terapia riguardano la risoluzione di problematiche psicologiche concrete ed il superamento delle difficoltà e degli impedimenti determinati dalle differenti sintomatologie:

crisi di ansia, attacchi di panico, fobie, ossessioni, crisi di rabbia, comportamento incontrollato, problematiche sessuali e relazionali, ecc.

Ruolo attivo

Psicoterapeuta e paziente collaborano entrambi attivamente per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Il terapeuta mettendo a disposizione le proprie competenze sul funzionamento mentale, il paziente in qualità di massimo esperto di se stesso. Il lavoro congiunto prevede una stretta collaborazione nell’identificare pensieri, emozioni e comportamenti specifici. In particolare quelli che entrano in gioco nelle situazioni di malessere, nella modifica degli schemi di pensiero disfunzionali, delle abitudini comportamentali maladattive e nella regolazione efficace delle emozioni. Il paziente viene sollecitato ad agire attivamente, nel corso della terapia. Viene sostenuto nello sperimentare nuovi ed alternativi repertori comportamentali e schemi di pensiero. Viene incoraggiato a praticare tecniche per facilitare la regolazione emotiva, sia in seduta che attraverso specifici “compiti a casa”.

Lavoro sul “qui e ora”

La psicoterapia cognitivo comportamentale pone la propria attenzione sul funzionamento del paziente nel momento presente. Vengono, infatti, analizzati e si lavora sui pensieri, le emozione e i comportamenti presenti nella quotidianità della vita.

L’indagine del “passato” non viene trascurata. L’attenzione, tuttavia, viene posta nell’analisi e nella comprensione di come il paziente abbia appreso, nel corso delle proprie relazioni passate, specifici schemi e credenze su di sé, sugli altri e sul mondo. Tale indagine è finalizzata al cambiamento di tali schemi disfunzionali nel presente e nel futuro.

A breve termine

La TCC si concentra sullo specifico obiettivo concordato fra terapeuta e paziente. La durata delle terapie varia in base alla tipologia di problema o  di disturbo ed alle caratteristiche specifiche di ciascun caso. Talvolta una breve consulenza si rivela essere sufficiente per il superamento del problema. Altre volte, situazioni più complesse richiedono un approccio integrato con altri professionisti della salute e tempi più lunghi.

Scientificamente fondata

Numerosi studi effettuati in tutto il mondo evidenziano che le metodologie cognitive comportamentali costituiscano la scelta clinica più efficace nei confronti di innumerevoli disturbi. Sia per quanto riguarda il superamento della problematica che per la prevenzione delle ricadute.

Gli sviluppi della Terapia Cognitivo Comportamentale

La TCC, nata intorno agli anni ’60, ha visto numerosi sviluppi ed evoluzioni, rispetto al primo impianto teorico di Beck ed Ellis.

Oggi il panorama teorico e clinico si è arricchito notevolmente anche grazie allo sviluppo delle neuroscienze. Il paradigma cognitivo comportamentale ha integrato al proprio interno un gran numero di modelli e di prospettive teoriche specifiche. Tra i più famosi si può citare la prospettiva cognitivo evoluzionista, la terapia metacognitiva interpersonale, la terapia dialettico comportamentale, la mindfulness, l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing – EMDR, la terapia sensomotoria.

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Il Dottor Fabio Theodule, psicologo Torino, riceve su appuntamento presso il Centro di psicoterapia a Torino, Centro Clinico Crocetta

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Note legali: le informazioni contenute nel presente sito sono di natura scientifica e hanno scopo puramente divulgativo. Qualsiasi intervento clinico deve avvenire, in base alla legge italiana, sotto la completa responsabilità del professionista abilitato.

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Attacchi di panico: cosa sono e come trattarli

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Gli attacchi di panico consistono nella comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiungono l’apice in pochi minuti. Le persone riferiscono solitamente di aver pensato di essere in procinto di morire, di poter perdere il controllo, di avere un infarto, un ictus o infine di impazzire.

Caratteristiche degli attacchi di panico

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) la caratteristica essenziale degli attacchi di panico è la comparsa di intensa paura o disagio accompagnati da almeno quattro dei seguenti sintomi somatici e cognitivi: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di vertigine o di svenimento, brividi o vampate di calore, parestesie (sensazioni di torpore o formicolio), derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o impazzire, paura di morire.

Chi è soggetto agli attacchi di panico

L’età media di insorgenza degli attacchi di panico si attesta intorno ai 20 anni. Un esiguo numero di casi inizia nell’infanzia, mentre l’esordio dopo i 45 anni è insolito, sebbene possibile. L’attacco di panico non viene codificato come disturbo psicologico ma come condizione che può verificarsi nel contesto di qualsiasi disturbo d’ansia così come all’interno di altri disturbi psicologici (disturbi depressivi, disturbo da stress post-traumatico, disturbo da uso di sostanze) e nell’ambito di alcune condizioni mediche (cardiache, respiratorie, vestibolari, gastrointestinali).

Conseguenze funzionali del disturbo di panico

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti e sono accompagnati da preoccupazione persistente per l’insorgere di altri attacchi e da significativa alterazione disadattiva del comportamento correlata agli attacchi (comportamenti di evitamento) è possibile parlare di disturbo di panico. Tale condizione è associata ad alti livelli di disabilità sociale, lavorativa e fisica, notevoli costi economici e più alto numero di visite mediche tra i disturbi d’ansia.

Gli individui con disturbi di panico possono assentarsi frequentemente dal posto di lavoro o da scuola a causa di visite mediche o per recarsi al pronto soccorso, inoltre, gli evitamenti possono compromettere la capacità di portare avanti le più consuete incombenze della quotidianità, il che può condurre ad un maggior rischio di perdita del lavoro e all’abbandono scolastico.

Terapia per gli attacchi di panico

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno individuato nella psicoterapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per i disturbi d’ansia, compreso il disturbo di panico.
Secondo tale approccio, gli attacchi di panico sono connessi alla previsione di impazzire o di morire, a prescindere da quale sia lo stimolo, la situazione o l’oggetto a provocarli.

L’ansia anticipatoria altro non è che il timore che tale evento sgradevole si ripresenti e l’evitamento l’ovvia precauzione comportamentale per prevenirne il ripetersi. L’intervento terapeutico prevede, da un lato, un intervento sulle credenze metacognitive e consiste nell’identificare e rimuovere le credenze che costituiscono un ostacolo al cambiamento, dall’altro, si pone l’obiettivo di integrare emozioni, cognizioni e sensazioni corporee e ri-significarle all’interno della propria storia di vita. Ciò conduce alla comprensione del significato della propria ansia e consente di gestire lo stato di disagio e di condurre un’esistenza soddisfacente.

Tale percorso può avvalersi, infine, di moderni strumenti e protocolli clinici quali la terapia EMDR e la terapia Mindfulness Based.

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