Disturbo ossessivo compulsivo (DOC)

Il Disturbo ossessivo compulsivo o DOC è un disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni, compulsioni o di entrambe.

Le ossessioni sono impulsi, immagini o pensieri ricorrenti e persistenti che vengono vissuti come intrusivi e indesiderati. A differenza delle preoccupazioni vengono generalmente percepite come eccessive, insensate e prive di riscontro con la realtà. Nondimeno, sono in grado di generare forti emozioni di ansia, disgusto e disagio e sono particolarmente resistenti agli innumerevoli sforzi adottati per contrastarle.

Le compulsioni, invece, definite anche rituali, rappresentano azioni mentali o comportamenti ripetitivi, attuati per ridurre il senso di disagio e l’ansia prodotti dalle ossessioni. Assumono la forma di rigide regole di comportamento, talvolta bizzarro, attuato in maniera meccanica e meticolosa.

Quante persone soffrono di disturbo ossessivo compulsivo?

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) il DOC colpisce, senza distinzione di genere, dal 2 al 3% della popolazione. L’esordio è più frequente in giovane età ed in adolescenza nei maschi ed è più ritardato nelle femmine. Solitamente l’insorgenza del disturbo avviene in maniera graduale e subdola, con la comparsa dei primi lievi sintomi ossessivo-compulsivi che si aggravano progressivamente. Se il disturbo non viene curato tende ad evolvere in quadri clinici cronici.

Quali sono le cause del DOC?

Non sono state individuate singole cause alla base del disturbo ossessivo-compulsivo. Le ipotesi prevalenti prendono in considerazione una causalità multifattoriale, affiancando alle cause psicologiche possibili disfunzioni biochimiche e neurotrasmettitoriali, disfunzioni del sistema immunitario ed alterazioni anatomofunzionali.

Quanti tipi di DOC esistono?

Circa l’80% delle persone affette dal disturbo ossessivo compulsivo sperimenta sia le ossessioni che le compulsioni, mentre una minoranza è affetta solamente da ossessioni. Le forme che il DOC può assumere sono molteplici, talvolta presenti in concomitanza. Nella pratica clinica vengono distinte le seguenti forme:

  • disturbi da contaminazione;
  • disturbi da controllo;
  • superstizione eccessiva;
  • ordine e simmetria;
  • disturbi da accumulo;
  • ossessioni pure;
  • compulsioni mentali.
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Come si cura il disturbo ossessivo compulsivo?

Le linee guida internazionali individuano nella psicoterapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per le persone affette dal DOC.

La psicoterapia comportamentale, fondata sull’apprendimento, ha l’obiettivo di modificare emozioni e pensieri disfunzionali attraverso il cambiamento del comportamento. Il protocollo di esposizione con prevenzione della risposta EPR viene utilizzato per modificare, ridurre e sospendere i comportamenti compulsivi, favorendo l’estinzione dell’ansia condizionata dalle ossessioni.

La psicoterapia cognitiva si pone l’obiettivo di ridimensionare le credenze disfunzionali delle persone affette dal DOC, sostenendole nell’aumentare la tolleranza nei confronti di pensieri, immagini o impulsi indesiderati. In particolare, la terapia cognitiva, nella psicoterapia cognitivo comportamentale del DOC, sostiene i pazienti nel modificare le convinzioni errate sull’importanza dei pensieri, sulla possibilità di esercitare un controllo sugli stessi e sul senso di responsabilità connesso.

In combinazione con la psicoterapia cognitiva comportamentale, l’efficacia della terapia farmacologica è stata dimostrata da diversi studi, per numerose persone. Nello specifico, i farmaci che hanno ottenuto maggiori effetti positivi rientrano nella categoria degli antidepressivi triciclici e degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina SSRI.

La psicoterapia cognitivo comportamentale è fondata scientificamente, orientata verso lo scopo, pratica, concreta, attiva e con obiettivi condivisi, lavora sul “qui e ora” ed è a breve termine.

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Il Dottor Fabio Theodule, psicologo Torino, fa parte dell’équipe specialistica sul disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e disturbi correlati (Area DOC) e riceve su appuntamento presso il Centro di psicoterapia a Torino, Centro Clinico Crocetta

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Bibliografia

Note legali: le informazioni contenute nel presente sito sono di natura scientifica e hanno scopo puramente divulgativo. Qualsiasi intervento clinico deve avvenire, in base alla legge italiana, sotto la completa responsabilità del professionista abilitato.

Disturbi d’ansia: cosa sono e come trattarli

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I disturbi d’ansia raggruppano quei disturbi che condividono caratteristiche di paura e ansia eccessive ed i comportamenti correlati. La paura può essere intesa come una risposta emotiva ad un pericolo incombente, reale o percepito. L’ansia, invece, rappresenta l’anticipazione di un pericolo futuro.

Sintomi dell’ansia: quali sono?

La sintomatologia ansiosa varia da una persona all’altra ma può essere riassunta nelle sue componenti cognitive, comportamentali e fisiche.

Cognitivi

  • sensazione di pericolo imminente;
  • apprensione;
  • ipervigilanza;
  • inquietudine;
  • paura di impazzire, di perdere il controllo o di morire;
  • sensazione di trovarsi al centro dell’attenzione;
  • senso di irrealtà e di depersonalizzazione.

Comportamentali

  • scansione dell’ambiente circostante alla ricerca di pericoli;
  • ricerca di vie di fuga;
  • evitamenti delle situazioni temute;
  • comportamenti protettivi.

Neurovegetativi

  • alterazione della respirazione;
  • senso di oppressione toracica;
  • sensazione di “nodo alla gola”;
  • nausea;
  • aumento della sudorazione;
  • vertigini;
  • vampate di calore o brividi;
  • tensione muscolare e tremori;
  • tachicardia.

Cos’è l’ansia: una prospettiva evoluzionistica

Adottando una prospettiva evoluzionistica possiamo considerare l’ansia, così come ogni altro fenomeno del nostro organismo, un elemento importante per la nostra sopravvivenza e per quella della nostra specie. Entro determinati livelli di attivazione l’ansia rappresenta un’emozione normale, sperimentata da tutti ed estremamente utile.

Immaginiamoci rilassati in sella alla nostra bicicletta lungo un viale alberato, in una giornata di sole primaverile. Improvvisamente un pedone ci taglia la strada, lontano dalle strisce di attraversamento. In pochi centesimi di secondo il sistema nervoso autonomo prepara il nostro corpo all’azione. Il battito cardiaco aumenta per pompare una maggiore quantità di sangue ai muscoli ed al cervello, il respiro si fa affannoso per aumentare l’ossigenazione, aumenta la sudorazione per raffreddare il corpo soggetto all’intenso sforzo fisico, le pupille si dilatano per scansionare più efficacemente l’ambiente in cerca di pericoli. In una frazione di secondo l’intero corpo si mobilita nella cosiddetta reazione di attacco o fuga che ci permette, prima ancora di rendercene conto, di aver serrato il manubrio e premuto i freni della bicicletta.

In sostanza, l’ansia è un segnale d’allarme che ci permette di focalizzare l’attenzione sul pericolo e predisporre l’organismo ad una pronta reazione funzionale alla sopravvivenza. L’ansia ci consente prestazioni fisiche e mentali irraggiungibili in condizione di rilassamento.

Inibire le reazioni d’ansia – ad esempio attraverso l’abuso di alcool, sostanze o farmaci – significa compromettere una pronta reazione di fronte a situazioni impreviste ed allarmanti. In questi termini, l’ansia costituisce un’irrinunciabile risorsa efficace nel mantenere uno stato di allerta dai pericoli e nel migliorare le nostre prestazioni fisiche e mentali.

Quando, tuttavia, la reazione d’ansia risulta essere sproporzionata ed ingiustificata rispetto al contesto, è possibile che ci troviamo in presenza di un disturbo d’ansia. Per la sua funzione, infatti, il segnale di allarme deve essere molto intenso e rapido ma non serve che duri nel tempo e normalmente tende ad attenuarsi spontaneamente. Un’iperattivazione cronica di tale segnale può comportare notevoli difficoltà nella vita delle persone, compromettendo significativamente il funzionamento nei diversi ambiti della quotidianità.

Disturbi d’ansia: quali sono?

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) i disturbi d’ansia diagnosticabili con più frequenza nella popolazione sono i seguenti:

Qual è la terapia per i disturbi d’ansia?

Qualora gli stati d’ansia dovessero comportare un livello di disagio tale da compromettere il regolare funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree di vita importanti, risulta necessario rivolgersi ad un professionista.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno individuato nella terapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per i disturbi d’ansia. L’intervento prevede una prima fase di valutazione del disturbo alla quale fa seguito la definizione di obiettivi validi, chiari e concreti, in maniera condivisa con il paziente. Il piano di trattamento specifico volto, fra le altre cose, all’apprendimento della gestione dei sintomi invalidanti, verrà quindi monitorato ed aggiornato costantemente.

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La psicoterapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitivo comportamentale rappresenta, fra i numerosi orientamenti della psicoterapia, l’approccio clinico ad aver ottenuto il maggior consenso ed una affermazione in tutto il mondo. I modelli e le tecniche della terapia cognitivo comportamentale, stabilmente connessi alla ricerca scientifica, vengono sottoposti a costante verifica sperimentale – evidence-based medecine – ed hanno subito, nel corso del tempo, una costante evoluzione.

Cos’è la psicoterapia cognitivo comportamentale?

La TCC, o in inglese Cognitive Behavioral Therapy TBC, è un approccio clinico che comprende diversi modelli di funzionamento, teorie psicopatologiche, tecniche e strategie di intervento che condividono proprietà comuni. Alla base della teoria è presente l’assunto di interdipendenza fra le emozioni, i pensieri ed i comportamenti. Viene, inoltre, evidenziato il legame fra le problematiche emotive e le credenze disfunzionali che persistono nel corso del tempo, a causa di meccanismi di mantenimento.

L’obiettivo della terapia consiste nell’individuare e modificare le credenze disfunzionali, gli schemi di pensiero, le abitudini dannose ed i comportamenti automatici causa delle difficoltà.

Come funziona la terapia cognitivo comportamentale?

Obiettivi concreti e condivisi

La TCC pone molta attenzione nella definizione di obiettivi validi, chiari e concreti, in maniera condivisa con il paziente. Dopo una preliminare fase di valutazione, terapeuta e paziente concordano gli obiettivi del loro lavoro congiunto. Un piano di trattamento specifico verrà monitorato ed aggiornato costantemente.

Gli scopi della terapia riguardano la risoluzione di problematiche psicologiche concrete ed il superamento delle difficoltà e degli impedimenti determinati dalle differenti sintomatologie:

crisi di ansia, attacchi di panico, fobie, ossessioni, crisi di rabbia, comportamento incontrollato, problematiche sessuali e relazionali, ecc.

Ruolo attivo

Psicoterapeuta e paziente collaborano entrambi attivamente per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Il terapeuta mettendo a disposizione le proprie competenze sul funzionamento mentale, il paziente in qualità di massimo esperto di se stesso. Il lavoro congiunto prevede una stretta collaborazione nell’identificare pensieri, emozioni e comportamenti specifici. In particolare quelli che entrano in gioco nelle situazioni di malessere, nella modifica degli schemi di pensiero disfunzionali, delle abitudini comportamentali maladattive e nella regolazione efficace delle emozioni. Il paziente viene sollecitato ad agire attivamente, nel corso della terapia. Viene sostenuto nello sperimentare nuovi ed alternativi repertori comportamentali e schemi di pensiero. Viene incoraggiato a praticare tecniche per facilitare la regolazione emotiva, sia in seduta che attraverso specifici “compiti a casa”.

Lavoro sul “qui e ora”

La psicoterapia cognitivo comportamentale pone la propria attenzione sul funzionamento del paziente nel momento presente. Vengono, infatti, analizzati e si lavora sui pensieri, le emozione e i comportamenti presenti nella quotidianità della vita.

L’indagine del “passato” non viene trascurata. L’attenzione, tuttavia, viene posta nell’analisi e nella comprensione di come il paziente abbia appreso, nel corso delle proprie relazioni passate, specifici schemi e credenze su di sé, sugli altri e sul mondo. Tale indagine è finalizzata al cambiamento di tali schemi disfunzionali nel presente e nel futuro.

A breve termine

La TCC si concentra sullo specifico obiettivo concordato fra terapeuta e paziente. La durata delle terapie varia in base alla tipologia di problema o  di disturbo ed alle caratteristiche specifiche di ciascun caso. Talvolta una breve consulenza si rivela essere sufficiente per il superamento del problema. Altre volte, situazioni più complesse richiedono un approccio integrato con altri professionisti della salute e tempi più lunghi.

Scientificamente fondata

Numerosi studi effettuati in tutto il mondo evidenziano che le metodologie cognitive comportamentali costituiscano la scelta clinica più efficace nei confronti di innumerevoli disturbi. Sia per quanto riguarda il superamento della problematica che per la prevenzione delle ricadute.

Gli sviluppi della Terapia Cognitivo Comportamentale

La TCC, nata intorno agli anni ’60, ha visto numerosi sviluppi ed evoluzioni, rispetto al primo impianto teorico di Beck ed Ellis.

Oggi il panorama teorico e clinico si è arricchito notevolmente anche grazie allo sviluppo delle neuroscienze. Il paradigma cognitivo comportamentale ha integrato al proprio interno un gran numero di modelli e di prospettive teoriche specifiche. Tra i più famosi si può citare la prospettiva cognitivo evoluzionista, la terapia metacognitiva interpersonale, la terapia dialettico comportamentale, la mindfulness, l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing – EMDR, la terapia sensomotoria.

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photocredit: Fakurian Design

Attacchi di panico: cosa sono e come trattarli

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Gli attacchi di panico consistono nella comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiungono l’apice in pochi minuti. Le persone riferiscono solitamente di aver pensato di essere in procinto di morire, di poter perdere il controllo, di avere un infarto, un ictus o infine di impazzire.

Caratteristiche degli attacchi di panico

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM–V (American Psychiatric Association, 2013) la caratteristica essenziale degli attacchi di panico è la comparsa di intensa paura o disagio accompagnati da almeno quattro dei seguenti sintomi somatici e cognitivi: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di vertigine o di svenimento, brividi o vampate di calore, parestesie (sensazioni di torpore o formicolio), derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o impazzire, paura di morire.

Chi è soggetto agli attacchi di panico

L’età media di insorgenza degli attacchi di panico si attesta intorno ai 20 anni. Un esiguo numero di casi inizia nell’infanzia, mentre l’esordio dopo i 45 anni è insolito, sebbene possibile. L’attacco di panico non viene codificato come disturbo psicologico ma come condizione che può verificarsi nel contesto di qualsiasi disturbo d’ansia così come all’interno di altri disturbi psicologici (disturbi depressivi, disturbo da stress post-traumatico, disturbo da uso di sostanze) e nell’ambito di alcune condizioni mediche (cardiache, respiratorie, vestibolari, gastrointestinali).

Conseguenze funzionali del disturbo di panico

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti e sono accompagnati da preoccupazione persistente per l’insorgere di altri attacchi e da significativa alterazione disadattiva del comportamento correlata agli attacchi (comportamenti di evitamento) è possibile parlare di disturbo di panico. Tale condizione è associata ad alti livelli di disabilità sociale, lavorativa e fisica, notevoli costi economici e più alto numero di visite mediche tra i disturbi d’ansia.

Gli individui con disturbi di panico possono assentarsi frequentemente dal posto di lavoro o da scuola a causa di visite mediche o per recarsi al pronto soccorso, inoltre, gli evitamenti possono compromettere la capacità di portare avanti le più consuete incombenze della quotidianità, il che può condurre ad un maggior rischio di perdita del lavoro e all’abbandono scolastico.

Terapia per gli attacchi di panico

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno individuato nella psicoterapia cognitivo comportamentale il trattamento d’elezione per i disturbi d’ansia, compreso il disturbo di panico.
Secondo tale approccio, gli attacchi di panico sono connessi alla previsione di impazzire o di morire, a prescindere da quale sia lo stimolo, la situazione o l’oggetto a provocarli.

L’ansia anticipatoria altro non è che il timore che tale evento sgradevole si ripresenti e l’evitamento l’ovvia precauzione comportamentale per prevenirne il ripetersi. L’intervento terapeutico prevede, da un lato, un intervento sulle credenze metacognitive e consiste nell’identificare e rimuovere le credenze che costituiscono un ostacolo al cambiamento, dall’altro, si pone l’obiettivo di integrare emozioni, cognizioni e sensazioni corporee e ri-significarle all’interno della propria storia di vita. Ciò conduce alla comprensione del significato della propria ansia e consente di gestire lo stato di disagio e di condurre un’esistenza soddisfacente.

Tale percorso può avvalersi, infine, di moderni strumenti e protocolli clinici quali la terapia EMDR e la terapia Mindfulness Based.

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